Sedentarietà e pressione del tempo

Sedersi troppo e correre sempre: due rischi silenziosi sul posto di lavoro.

Quando pensiamo alla sicurezza sul lavoro, spesso vediamo caschi, ponteggi, macchinari rumorosi e luoghi “pericolosi”. È importante. Ma c’è un lato meno visibile che sta emergendo con chiarezza: la sedentarietà prolungata e la pressione temporale costante. Secondo una recente indagine della European Agency for Safety and Health at Work (EU‑OSHA), per il mondo del lavoro europeo la sedentarietà è ormai il rischio più segnalato («prolonged sitting»: 64% delle imprese).

 In Finlandia, inoltre, la pressione temporale (time pressure) è percepita come il secondo rischio più comune, segno che il ritmo di lavoro è diventato anch’esso un fattore di stress da non sottovalutare .

Perché la sedentarietà è un rischio

Restare seduti per molte ore, magari concentrati davanti a un monitor o in postazioni fisse, non è solo una questione di comodità o di affaticamento: ha conseguenze sul corpo e sulla mente. I muscoli si de‑attivano, la colonna vertebrale è sotto stress, la circolazione rallenta e i carichi statici aumentano. I dati mostrano una connessione tra sedentarietà occupazionale e problemi cardiovascolari, disturbi muscolo‑scheletrici, minore efficienza cognitiva. Quando poi a questo si aggiungono periodi di lavoro continuativo senza pause o senza variazioni posturali, il risultato peggiora.

La pressione temporale: correre contro il tempo

Se la sedentarietà è “rimanere troppo fermi”, la pressione temporale è “correre troppo”. In Finlandia, ad esempio, il 71% delle organizzazioni intervistate considera la pressione temporale un rischio significativo. Questo non è solo un valore numerico: significa che in molti luoghi di lavoro la domanda cresce, i tempi di consegna si accorciano, le pause si assottigliano e la qualità del lavoro può diventare subordinata al fatto di “fare in fretta”. Il problema arriva quando la fretta diventa norma e l’organizzazione non prevede veri momenti di recupero o di rallentamento.

Messa in relazione: due facce della stessa medaglia

Sedentarietà e pressione temporale possono sembrare opposti: “stare fermi” e “correre”. In realtà spesso convivono. Un lavoratore in ufficio può restare seduto ore davanti al computer mentre riceve richieste continue, email, telefonate: una postazione statica ma un ritmo alto. Un operatore di produzione può restare troppo tempo su una linea senza variazione e con obiettivi stringenti. In entrambi i casi, il risultato è stanchezza, irritabilità, disturbi fisici e aumentato rischio di infortunio o di errore. La survey ESENER 2024 lo conferma: il rischio “prolungato stare seduti” e “movimenti ripetitivi” sono tra i più segnalati.

Cosa si può fare in concreto

Affrontare questi rischi richiede una strategia che non è solo tecnica ma culturale. Ecco alcuni punti utili:

  • Varietà nella postazione: alternare momenti in piedi e momenti seduti, predisporre scrivanie regolabili, pause brevi ma frequenti.

  • Organizzazione del tempo: definire sequenze lavorative realistiche, evitare che la pressione del tempo diventi costante, pianificare pause protette.

  • Coinvolgimento dei lavoratori: chiedere feedback su ritmo, pause, postazione, carico. Spesso chi lavora ha già un’idea dei momenti critici.

  • Formazione e consapevolezza: spiegare che anche sedere troppo è un fattore di rischio, che la fretta costante non è solo un “problema individuale” ma organiz­zativo.

  • Misurazione e controllo: usare monitoraggi (senza sorveglianza opprimente), controlli ergonomici, verifiche del carico di lavoro, revisione dei processi che generano pressione.

Conclusioni e osservazioni

Ecco il punto: la sicurezza sul lavoro non riguarda solo gli scenari più visibili, ma anche quelli che sembrano “normali”. Restare seduti per ore e fare tutto di corsa possono sembrare parte della routine, ma in realtà mettono a rischio la persona, l’azienda e la collettività. Da persona che opera nei settori della sicurezza e della formazione vedo spesso che questi aspetti vengono trascurati perché “non fanno rumore”. Ma il costo che paghiamo è reale: errori, infortuni, malessere, turnover.

Il mio suggerimento è semplice: senza cambiare radicalmente l’organizzazione, provate a inserire piccoli momenti di cambiamento. Una pausa ogni ora, 5 minuti di mobilità, una valutazione reale del carico e del tempo richiesto per un’attività. Fate delle riunioni in cui si parla di “come sto lavorando” e non solo di “cosa devo fare”. La differenza tra un ambiente che protegge e uno che eccede rischi è spesso minima — ma concreta.

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